L'EREDITÀ DELLA CORTINA
Nascere in questa terra di confine significa ricevere un lascito del quale si percepirà presenza e si comprenderà peso e importanza solo in età adulta. Da ragazzo l'esplorazione dei dintorni mi ha portato molte volte, con leggerezza, in contatto con questi emblemi della memoria. La voglia di avventura, di sentirsi proiettati in una dimensione rischiosa e misteriosa trovava in questi luoghi soddisfazione e la mente si apriva a misure e distanze necessarie all'immaginazione.
Molti anni dopo, dopo che la fotografia è diventata la mia quotidianità, il mio linguaggio, dopo aver approfondito lo studio della storia del '900, questa valigia di emozioni lontane e riferimenti incerti che mi portavo appresso si sono rivelati nella forma, seppur ambigua, di un'eredità fatta di ricordi adolescenziali, di pagine di libri, di odori di bosco, di umidità, di voci, di lunghe camminate invernali, ma soprattutto fatta di geografie e di paesaggi.
Negli oltre 40 anni della sua esistenza, la cortina di ferro, attraverso l'occupazione militare dell'area di confine, ha limitato se non impedito del tutto, lo sviluppo di insediamenti e aree abitate lungo la sua linea. A 27 anni dalla caduta della cortina questa frattura che dal Mare di Barents, al confine tra Norvegia e Russia, giunge fino al Mar Nero in Bulgaria, è diventata l'European Green Belt. Una cintura di 12.500 chilometri che oggi, invece di dividere, costituisce un tessuto connettivo attraverso il quale la natura rappresenta fisicamente e simbolicamente il medicamento e la sutura alla ferita della storia. 
I siti militari, oggi dismessi, disegnano una geografia della memoria. Sovrapponendo alla teoria della storia la pratica del paesaggio possiamo accedere a nuovi modelli di conoscenza e comprensione.

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